sabato 26 luglio 2014

Capitolo 16 - Weak Point

A Sere e Aislinn
Grazie per aver creduto in me…
E grazie Bibuba_Chacha per aver chiesto la mia amicizia che io accetto volentieri…


E se tu dormissi?
E se nel sonno tu sognassi?
E se nel tuo sogno salissi al cielo
e lì cogliessi un mirabile fiore?
E se al tuo risveglio
quel fiore…
fosse fra le tue mano?
            Samuel Taylor Colaridge


Un tenero tepore si diffuse nel mio corpo.
Mi ricordava il mare… quando da piccola andavo assieme ai miei genitori al mare Adamas, una piccola oasi di pace e tranquillità, dove la sabbia era fine e più morbida di un letto di piume, più bianca della neve d'inverno. Le sue acque cristalline profumavano di salsedine e un profumo che io adoravo… sole. Tutto lì profumava di sole e estate, i gabbiani volavano tranquillamente nel cielo limpido e le palme frusciavano dolcemente al passare gentile del vento. Una volta mi divertivo a stare per ore in acqua, lo trovavo rilassante e in qualche modo rassicurante, come l'abbraccio di un padre che ti offriva protezione e sicurezza. Poi quando la pelle delle mani e dei piedi diventava cotta e bianca finalmente uscivo dall'acqua e mi sdraiavo sfinita sulla riva asciutta e riscaldata dal sole. Lì chiudevo gli occhi e aspettavo che il sole mi asciugasse, sentendo quel caldo tepore su tutto il corpo, in ogni centimetro di pelle nuda e scoperta.
Così mi sentivo in quel momento, in quello stato di dormiveglia. Come essere riscaldati dal sole.
Aprii gli occhi, dolcemente per non ferirli a causa della luce chiara e surreale.
Sentivo il suono familiare di un battito, il battito di un cuore che riposava sereno. Riconobbi la morbidezza e la dolcezza della pelle e il profumo meravigliosamente fresco. Il regolare alzarsi e abbassarsi del suo petto che era tutto il mio mondo ormai, sentivo di combaciare coi suoi respiri con i battiti del suo cuore…
Perfettamente sincronizzati.
Alzai un po' la testa, sentendola leggera e rilassata. Sulfus era disteso sotto di me, il viso dolce e vulnerabile al tempo stesso. La carnagione chiara risaltava ancora di più grazie hai deboli raggi che filtravano attraverso pareti di tela ondeggiante, in mezzo alle pieghe di stoffa c’erano austere colonne doriche di marmo nero perlaceo. Eravamo sopra un letto grande e lussuoso con lenzuola di seta e grossi cuscini blu notte, grigio antracite e viola intenso. Non sapevo come ma conoscevo quel posto, e avrei scommesso la vita che fuori c'era un campo di papaveri dai petali neri e dei boccioli rosso sangue un cui dentro brillava luminoso il polline giallo. Alberi di mele rosse, pini, aceri e querce giovani circondavano la tenda, proteggendola.
I primi raggi di luce stavano rischiarando timidamente il cielo, ancora scuro nell'orizzonte opposto e costellato da stelle luminose.
Eravamo coperti da un lenzuolo troppo trasparente, quasi un velo. Il suo odore mi pervadeva e mi accendeva i sensi.
Abbassai gli occhi e sentii le gote riscaldarsi tragicamente. Ero completamente nuda! Ed ero anche sopra a Sulfus!
Nudo anche lui. Solo il velo ci copriva al mondo esterno.
Aaaah…!
Chiusi gli occhi e smisi di respirare, il calore che avevo avvertito prima ora era aumentato a dismisura. Mi sentivo bruciare in tutto il corpo, mi sembrava che perfino la mia anima bruciasse.
« Elena… » un sussurro debole e roco…
 Apparteneva a una voce tremendamente sensuale… una voce capace di sedurre una ragazza con una sola parola.
Aprii gli occhi, sollevando le palpebre lentamente.
Sulfus mi stava guardando con dolcezza e una nota di preoccupazione.
Ma chi era Elena?
« Che cos'hai, amore? » mi chiese.
Un brivido di tenerezza e compiacimento mi pervase a sentirmi chiamare così.
« Sono ferita, Paride… » sussurrai.
« Fra poco… ci divideranno… ci costringeranno a vivere separati per sempre. Vivremo decine e decine di vite, senza mai incontrarci, senza mai poterci amare in pace. » mormorai agonizzante, le lacrime agli occhi.
« Non potrò più vedere mia sorella Aislinn, che già ha sofferto molto visto che suo padre l'ha costretta a rimanere nascosta agli occhi del mondo, assieme a tuo fratello. Sono due emarginati e nessuno sa della loro esistenza…! » singhiozzai amaramente, le lacrime mi solcava le guance con violenza, gli occhi bruciavano e il cuore gridava di aver pietà.
« Non voglio che subiscano anche questo! »
« Ssh… » mormorò lui stringendomi più forte tra le braccia.
« Non piangere, lo sai che mi fai male… »
Annuii sul suo petto nudo, così bello da far invidia a Poseidone e Zeus messi assieme.
Lui era il mio Dio, la mia ragione di vita! Non lo avrei rinnegato per nulla al mondo.
« Voglio chiedere a mio padre di ammorbidire la nostra punizione… » dichiarò lui.
« Voglio che almeno Aislinn stia con te durante tutte queste vite, voglio che almeno tua sorella ti stia accanto. »
Io lo guardai con gli occhi ancora lucidi di pianto.
Suo padre, quello vero, non aveva buoni rapporti con il mio, dopo avergli  strappato la moglie sarebbe stato naturale rifiutare qualsiasi tipo di collaborazione.
Ma era anche vero che suo padre era uno dei tre pezzi grossi sull'olimpo… forse avrebbe avuto qualche possibilità.
Annuii e alla fine presi una decisione.
Volevo che nemmeno lui rimanesse da solo in questa prova… o meglio… punizione che ci avevano inflitto.
Gli accarezzai dolcemente i capelli, così morbidi e ondulati di un nero intenso, corvino… mi venne di nuovo da piangere quando realizzai che non avrei mai più potuto toccarlo. Che non avrei mai più potuto baciare quelle labbra di corallo, quella carnagione perlacea, che non avrei mai più potuto prendermi in quegli occhi intensi che erano di un blu oltremare spettacolare nella sua vera natura. Ma la sua vera natura non affiorava mai in superficie e quelle poche volte era solo quando era da solo con me e quando lui si lasciava andare.
Momenti rari che non avrei mai dimenticato.
« Parlerò anch'io con mio padre. » dissi con tono deciso e solenne.
« Voglio che anche tuo fratello Enea ti stia vicino in questa prova. »
Lui scosse la testa e mi guardò implorante.
« No Elena… non voglio che ti metta in mezzo… »
« Ormai ho deciso Paride, questa situazione riguarda anche me. » lo interruppi tirandomi su, facendo leva con le braccia mi misi in ginocchio e lo guardai dall'alto.
Non mi importava se ero nuda. Sentivo che con lui avrei potuto permettermi questa confidenza e molto… molto altro.
Lui girò il busto verso di me e si appoggiò con un braccio, per tenere su il torace.
« Non riuscirò a farti cambiare idea, vero? » mi chiese dolcemente.
Scossi la testa e i capelli mi ricaddero sui seni, coprendoli. Ormai il cielo era sulle tonalità del rosa e arancione. Il sole sorgeva e i miei capelli presero le sfumature del cielo. Ovviamente questo era un debito che avevo con mio padre. Assieme alla testardaggine e all'autorità, ovviamente.
Lui sospirò e si tirò su, mettendosi a sedere.
Io lo guardai con decisione e lui fece un sorriso amaro.
« Ne riparliamo con calma dopo, quando ci avrai riflettuto per un po'. » mi disse avvolgendo le mani sui miei fianchi, avvicinandomi impercettibilmente a lui.
Sbuffai imbronciata e puntellai le mani sul suo petto, cercando di spingerlo via, ma era come spostare un muro di pietra.
« E questo cosa significa? » domandai un po' offesa.
Lui rise sommessamente scuotendo la testa bonariamente.
« Ah, Elena… » sospirò lui « … significa che sei pazza! »
« Ah! Io sono pazza? » ribattei accigliandomi giocosamente.
Mi sorrise con una tenerezza disarmante e un'ondata di amore rischiò di fermarmi il cuore.
« E io devo essere pazzo a sopportarlo… » sussurrò accarezzandomi le spalle, spostando le ciocche che nascondevano i seni. Il suo tocco era più leggero delle ali di una farfalla e più morbido dei petali di una rosa.
Appoggiò la guancia bollente sul mio petto, appena sulla sommità dei seni.
« Beh, cosa credevi che avrei fatto? » gli sussurrai circondandogli le spalle con le braccia e affondando le dita nei suoi ricci morbidi.
Scosse la testa, strusciando dolcemente la testa contro il seno e inspirò profondamente.
« In realtà sapevo che avresti detto una cosa del genere. Ti conosco benissimo ormai. »
Sospirai e appoggiai la testa sui suoi capelli corvini , lui mi attirò ancora di più a se, facendo aderire ancora di più i nostri corpi l'uno contro l'altro, gli cinsi la schiena con le ginocchia, aggrappandomi ancora di più a lui.
Lo volevo vicino, lo volevo sentire dentro di me. Nell'anima, nel cuore, nella mia essenza.
Volevo ricordare il suo profumo di menta e pino selvatici, volevo perdermi nell'ambra brillante dei suoi occhi, ma volevo anche vedere il vero colore dei suoi occhi… quegli occhi così simili a quelli del padre… ma in qualche modo più profondi.
« Voglio vederti… » mormorai implorante.
Lui alzò la testa ma io non spostai le mani, tenendolo stretto a me.
« Elena… » protestò con voce tremante.
« Ti prego… questa è l'ultima volta che ti vedo! » pregai.
Lui sospirò e chiudendo gli occhi accostò la fronte alla mia.
« Lo farò solo se tu mi prometti di non interferire… »
« Ma… ! »
« Prometti. » mi interruppe, dolce ma deciso.
Mi lasciai scappare un sospiro tremante, e distolsi lo sguardo.
Per nulla al mondo avrei rinunciato… ma…
« Va bene. Te lo prometto. » mentii.
Sperai che non si accorgesse della bugia, ma lui annuì soddisfatto e chiuse di nuovo gli occhi.
Il simbolo che aveva sulla fronte, una m con le punte rivolte verso l'alto, si illuminò di una luce bianca, venata di sfumature bluastre.
Era così intensa che mi costrinse a chiudere gli occhi.
E quando gli riaprii… respirare divenne più impegnativo di quanto immaginassi.
Le iridi ora erano blu, un blu intenso, oltremare, sfumate con sfumature di azzurri e blu più chiari, celeste, indaco ma anche blu di Prussia e qualche sfumatura di un brillante verde scuro e acquamarina.
« Bellissimi… » mi lasciai sfuggire, accarezzandogli una guancia, morbida e bianca come la neve.
« Reietti… » mi corresse abbassando lo sguardo. Le folte ciglia nere nascosero quegli occhi del colore del mare.
Io scossi la testa, indignata.
« Bellissimi… » ripetei guardandolo quasi con severità.
« Elena… ti prego… »
« No, devi accettarlo, devi accettare le tue origini. » replicai duramente.
Lui sospirò ma non alzò lo sguardo.
Perché… ? Perché faceva così?
Suo padre l'aveva traumatizzato a tal punto? Lo odiava così tanto?
Va bene che era stato una nascita indesiderata e ormai Zeus lo voleva morto, ne ero certa ma… non poteva far finta di niente.
Sarebbe stato troppo facile così…
Sulfus, o meglio… Paride fece scorrere dolcemente le labbra lungo il petto fino a raggiungere l'incavo del collo. Mi irrigidii immediatamente.
Quelle labbra carnose mi esploravano il petto e i seni in una carezza morbida e sensuale fino a ritornare di nuovo all'incavo del collo.
Oddio… sapevo cosa voleva fare.
Un debole gemito di protesta e piacere mi sfuggì dalle labbra.
« Lo sai che riesci sempre a trovare il mio punto debole? » mi sussurrò, la voce attutita dal contatto con la mia pelle. Mi sentivo morire…
« Paride… » sussurrai.
Lui per risposta mi assaggiò, una leggera carezza con le labbra, un colpetto con la lingua. Troppo breve per soddisfarmi ma abbastanza lungo da farmi eccitare. Gemetti e reclinai la testa all'indietro, esponendo il collo. Lui rise sulla mia pelle.
« Lo sai dove voglio arrivare, non fare così… » mi sussurrò lui.
« E tu non cambiare discorso… » protestai, il respiro spezzato.
« Non lo sto cambiando. Il discorso è sempre lo stesso, lo sai… » disse amareggiato.
Gemetti e alzai gli occhi al cielo senza farmi vedere e raddrizzandomi gli dissi: « Beh, se la pensi così, è solo e soltanto colpa tua… »
Lui fece una smorfia e, prendendomi per la vita, mi spinse sul letto, sovrastandomi.
« No, è colpa tua… »
Sbuffai.
« Spiegami come potrebbe mai essere colpa mia. »
Perché, sinceramente, io proprio non lo capivo.
« Come? » disse alzando un sopracciglio.
Oh, oh… guai in vista.
Teneva gli avambracci di fianco alla mia vita e non mi potevo alzare perché sarebbe stato come spostare un muro di acciaio e non un petto normale.
Per gli Dei…“normale” non era un'aggettivo contemplato nel suo vocabolario in realtà pensai fissandolo.
Riprese da dove si era interrotto, le sue labbra ricominciarono a tormentare la pelle del mio petto, delle spalle, fino all'incavo del collo.
Mi inarcai sotto di lui, spingendo i seni contro il suo petto.
« Penso che tu sappia benissimo “ come ” » sussurrò.
Le sue labbra salirono, sulla giugulare appena sotto il mento.
« Ti prego non mi toccare… lì » quasi supplicai.
Rise… e di gusto anche.
« Tu sei mia Angelo… completamente. »
Chiusi gli occhi, gemendo contrariata ma eccitata fino alla morte.
Lui fece scivolare le labbra sul lato del collo, scandalosamente vicino alla zona sensibile.
Gemetti forte e lui dovette baciarmi per evitare di farmi urlare, ma non rinunciò al contatto col mio collo, massaggiandolo con le mani sempre evitando accuratamente la zona sensibile dietro al collo, vicino alla spina dorsale ma la massima sensibilità era dove c'era la voglia…
«Ssh… » sussurrò con un sorriso compiaciuto.
« Sai cosa penso? » mormorai, il respiro affannato e il sangue che mi pulsava con furia nelle vene.
Lui mi baciò di nuovo, sulla giugulare questa volta.
« Cosa? »
« Penso che tu sappia fin troppo bene quale sia il mio punto debole. »
Sorrise, avvicinandosi al cerchio sensibile attorno alla voglia.
Il respiro ormai completamente fuori dalla mia portata, la vena delle tempie mi pulsava così forte che non riuscivo neanche più a pensare.
Lui mi schiaccio ancora di più sotto di se, stringendomi la vita con possesso. Ero completamente nelle sue mani a quel punto.
« Sì, lo penso anch'io… » mi sussurrò all'orecchio.
Sentii il suo respiro sulla voglia, sospirai e chiusi gli occhi.
Lui schiuse la bocca e mi leccò il contorno del cerchio, nella zona x.
Il cinto mi mandò un’ondata di eccitazione che mi scosse l’intero apparato riproduttivo.
Gridai quando lui iniziò a succhiarmi la voglia, con possesso ma dolcemente, senza essere troppo brutale. I miei fianchi si mossero da soli, inarcandosi verso di lui, lo volevo sentire dentro di me.
Ora.


Sulfus

Raf si era addormenta da mezz'ora ormai, ho cercato di sdraiarmi e fare lo stesso, ma proprio non riuscivo ad addormentarmi.
Mi accigliai e guardai fuori dalla finestra infilando le mani nelle tasche della tuta.
Perché era venuta qui? E perché non me lo voleva dire?
Mi irritava doverci restare a rimuginare, togliendomi le ore di sonno.
Mi stiracchiai, in questa stanza iniziava a fare un caldo infernale!
Mi sfilai la canottiera, tanto Raf stava dormendo beatamente nel letto e non le avrei creato alcun disturbo.
La guardai turbato ma appena il mio sguardo si posò sul suo viso mi rilassai subito.
Perché non riuscivo ad arrabbiarmi per più di due secondi con lei?
Entrai in bagno e, non avendo nient'altro da fare, accesi l'acqua della doccia.
L'acqua gelata iniziò a scorrere obbediente, perfetto.
Mi tolsi anche i pantaloni e entrai in doccia.
L'acqua ghiacciata mi diede una tregua da tutto il calore che sentivo dentro e che permaneva nella stanza.
Cercai di non pensare assolutamente a niente, per poter rilassare anche la mente. Ma chiedevo troppo perché la mia mente continuò a rimuginare su quello che era appena successo.
Tenni gli occhi chiusi tutto il tempo ma poi, dopo almeno 20 minuti che ero sotto la doccia, qualcosa nell'aria cambiò.
Un profumo aleggiò nell'aria. Spensi l'acqua e uscii dalla doccia.
Eh sì… qualcosa era decisamente cambiato.
Qualcuno nei paraggi o nella camera accanto stava facendo sesso. Ne sentivo l'odore.
Quel potere era un dono della sua specie, qualunque creatura demoniaca specialmente se creata dalla lussuria e dalla superbia avrebbe sentito la stessa cosa.
Ma mentre mi rimettevo i pantaloni l'odore dell'eccitazione si fece più intensa facendomi irrigidire sia il corpo che l'uccello.
C'era sempre qualcuno che faceva sesso a quell'ora ma di solito quasi tutti si allontanavo in un luogo più appartato, per non far sentire l'odore agli altri e così attirare l'attenzione delle creature superbe e lussuriose, come me Kabalè e Kabiria.
Un po' dubbioso uscii dalla stanza.
Raf giaceva sul letto, le mani chiuse a pugno e il petto scosso dagli ansiti.
Il mio respiro si bloccò quando la sentii gridare, muovendo i fianchi come se volesse accogliere qualcuno dentro di sé.
Cazzo.
Strinsi lo stipite della porta di legno con forza, cercando di resistere al richiamo della sua essenza.
Lei agitò la testa avanti e indietro.
Non riuscii a impedirmi di immaginarmi sopra di lei, a fare il suo stesso movimento mentre la penetravo. Con forza sarei entrando dentro di lei, facendola mia e l'avrei scopata così forte che lei sarebbe venuta nel giro di trenta secondi, chiedendomi di farle ancora più male.
Cazzo, mi viene subito duro, i testicoli si ingrossano e la testa cominciò a girare.
Raf continuava a dimenarsi, i pantaloncini si erano abbassati pericolosamente sui fianchi, riuscivo a vedere il bordo delle mutande ma non avevo bisogno ti toccarle per sapere che erano bagnate fradice. Emanava un potere letale e seduttivo impressionante, degno della peggiore creatura dominata dalla lussuria e dalla libidine.
Staccai la mano dal legno della porta e mi avvicinai cauto.
Le lenzuola erano tutte attorcigliate e il cuscino era caduto per terra.
« Ti prego… » implorò lei « …ti prego toccami! »
Mi scappò un verso a metà tra un gemito e un ringhio. Gli strinsi i fianchi, per farla stare ferma ma calcolai male le distanze… perché da lì il suo odore era ancora più forte.
Lei gemette e strinse le lenzuola tra le mani. Il mio cervello a quel punto si spense completamente.
Feci risalire la mano lungo la sua coscia e appoggiai un dito lì, proprio dove lei voleva che arrivasse e scoprii che avevo perfettamente ragione. Era bagnata fradicia.
Le gridò e inarcò i fianchi verso la mia mano ma io non spostai il dito di un solo millimetro. L'ostacolo della stoffa dei pantaloncini mi dava fastidio così infilai il dito e le massaggiai con calma la vulva.
Lei gemette, un gemito rovente, e spinse ancora i fianchi verso di me. A quel punto non resistetti più e le infilai un dito dentro facendola gridare di piacere. Ansimava e si contorceva muovendo i fianchi a ritmo con i movimenti del mio dito.
Dentro, fuori, dentro, fuori…
A lei piace, la sento fradicia mentre le massaggio il clitoride con frenesia.
Non ci volle molto e la sentii calda e più tesa. E venne gridando, un'espressione di sollievo e piacere si impressero sul suo viso. Respirava ancora a fatica ma ora che era stata appagata si era lasciata andare.
Ma io no…
Lo sentivo ancora pulsare, mi tirava come un'ossesso nel desiderio di penetrarla selvaggiamente, sbatterla sul letto e farla mia.
Cazzo mi sa che dovrò masturbarmi.
Fanculo Sulfus, quando mai hai avuto il bisogno di masturbarti per liberarti le palle, eh?
In realtà l'unica cosa che mi frenava dal farla mia era il Veto, perché vedendo quelle ali bianche immense che si stavano dimenando assieme a lei era il mio  principale post it per ricordarmi che lei non era come me, ne tanto meno dei nostri.
Raf ansimava ma aveva gli occhi aperti e mi stava fissando, fissava la mia mano infilata ancora nei suoi pantaloncini il mio dito era ancora dentro di lei e la accarezzava. Ma a lei non sembrava dispiacere, anzi, chiudeva gli occhi e reclinava indietro la testa, come per percepire meglio quella sensazione.
Ma era imbarazzata, le sue guance arrossate la tradivano.
E in più evitava il mio sguardo.
Più che comprensibile.
Considerata la situazione… mi veniva da ridere.


Raf 

Oddio non ci posso credere!
Cavolo che imbarazzo…
Sentivo il suo dito che ancora mi accarezzava appena vicino al clitoride. Non abbastanza da eccitarmi ancora ma abbastanza da provare leggere scosse di piacere in tutto il basso ventre.
Reclinai la testa all'indietro per godermi, nonostante tutto, quella strana sensazione di pienezza.
Il mio cervello era ancora annebbiato dall'orgasmo, il mio primo orgasmo in tutta la mia esistenza, per registrare completamente la situazione.
« Sulfus! Sei qui ? » sentii un vocione da dietro la porta.
Oh mio Dio! Se mi trovava qui…
Ma che cavolo chi se ne frega se mi vede qui la cosa più sconvolgente era che Sulfus ha ancora un dito dentro di me! Come potevamo spiegarlo questo senza che gli altri traggano conclusioni sbagliate?
« Sì, sono qui. » rispose calmo Sulfus ma vidi che una smorfia infastidita s'impresse sul suo viso.
« Sulfus… » sussurrai, gli occhi sgranati e ancora lucidi.
« Tranquilla, tu non fiatare lascia fare a me. » mi sussurrò ma non tolse il dito e continuò ad accarezzarmi, questa volta andando un po' più in profondità. Mi morsi il labbro per trattenere un gemito.
« Wow, qui si che ci deve essere un gran bel pezzo di femmina. » disse un ragazzo piuttosto… ehm robusto entrando nella stanza, aveva le braccia che sembravano due tronchi messi assieme, era fin troppo muscoloso. Un gigante ma non per questo brutto, anzi, aveva delle belle labbra carnose e gli occhi di un verde brillante. I capelli erano corti e leggermente rasati sui lati, di un'arancione così acceso che mi sconvolse.
« Aaah, vedo che hai una bellissima compagnia. » ghignò vedendoci.
Lo guardai stupita.
Ma come? Non vede che sono una Angel? chiesi a Sulfus usando il pensiero.
Lui mi lanciò un'occhiata e poi riportò l'attenzione al gigante.
No, adesso vede un ragazza con i capelli neri e gli occhi rossi. Una Devil. È uno dei miei poteri, tranquilla.
Mi rilassai. Il cervello era troppo annebbiato, mi sentivo intontita e debole, non connettevo completamente.
« Sei in vena di condivisione Sulfus? » disse squadrandomi.
Un'espressione irata s'impresse sul suo volto.
« No, Gas. » disse con voce calma, in netto contrasto con la sua espressione.
Gas alzò le mani con aria innocente.
« Ehi bello, calma… » riportò l'attenzione su di me e chiese: « Come ti chiami, amore? »
Feci per rispondere ma Sulfus mi precedette.
« Si chiama Fire e non le interessano i giganti come te. » fece scivolare il dito fuori di me, facendomi sussultare.
« Adesso la riaccompagno in camera sua. Andiamo Fire. »
Annuii e scesi dal letto e senza farmi vedere strusciai le cosce l'una contro l'altra e mi sforza di stare dritta.
« Ci vediamo, amore. » mi gridò Gas prima che chiudessi la porta dietro di me.
Gli sorrisi e poi mi incamminai dietro a Sulfus, tenendolo per un lembo della maglietta. Il silenzio si era fatto di piombo.
« Cavolo se fosse entrato qualche minuto prima… » sussurrai, le guance in fiamme.
Lui si girò e mi sorrise.
« Non avrei smesso neanche se ci fosse stato lui. » sussurrò mettendosi in bocca il dito… “ quel ” dito, ancora bagnato della mia eccitazione.
Arrossii ancora di più, sentendomi contrarre tutta a quella vista.
Sarà… ma se fosse entrato qualche minuto prima sarei morta di vergogna e saremmo stati in una marea di guai.
Sia io che lui…
A Sere e Aislinn
Grazie per aver creduto in me…
E grazie Bibuba_Chacha per aver chiesto la mia amicizia che io accetto volentieri…

WEAK POINT ( Punto debole. )

E se tu dormissi?
E se nel sonno tu sognassi?
E se nel tuo sogno salissi al cielo
e lì cogliessi un mirabile fiore?
E se al tuo risveglio
quel fiore…
fosse fra le tue mano?
            Samuel Taylor Colaridge


Un tenero tepore si diffuse nel mio corpo.
Mi ricordava il mare… quando da piccola andavo assieme ai miei genitori al mare Adamas, una piccola oasi di pace e tranquillità, dove la sabbia era fine e più morbida di un letto di piume, più bianca della neve d'inverno. Le sue acque cristalline profumavano di salsedine e un profumo che io adoravo… sole. Tutto lì profumava di sole e estate, i gabbiani volavano tranquillamente nel cielo limpido e le palme frusciavano dolcemente al passare gentile del vento. Una volta mi divertivo a stare per ore in acqua, lo trovavo rilassante e in qualche modo rassicurante, come l'abbraccio di un padre che ti offriva protezione e sicurezza. Poi quando la pelle delle mani e dei piedi diventava cotta e bianca finalmente uscivo dall'acqua e mi sdraiavo sfinita sulla riva asciutta e riscaldata dal sole. Lì chiudevo gli occhi e aspettavo che il sole mi asciugasse, sentendo quel caldo tepore su tutto il corpo, in ogni centimetro di pelle nuda e scoperta.
Così mi sentivo in quel momento, in quello stato di dormiveglia. Come essere riscaldati dal sole.
Aprii gli occhi, dolcemente per non ferirli a causa della luce chiara e surreale.
Sentivo il suono familiare di un battito, il battito di un cuore che riposava sereno. Riconobbi la morbidezza e la dolcezza della pelle e il profumo meravigliosamente fresco. Il regolare alzarsi e abbassarsi del suo petto che era tutto il mio mondo ormai, sentivo di combaciare coi suoi respiri con i battiti del suo cuore…
Perfettamente sincronizzati.
Alzai un po' la testa, sentendola leggera e rilassata. Sulfus era disteso sotto di me, il viso dolce e vulnerabile al tempo stesso. La carnagione chiara risaltava ancora di più grazie hai deboli raggi che filtravano attraverso pareti di tela ondeggiante, in mezzo alle pieghe di stoffa c’erano austere colonne doriche di marmo nero perlaceo. Eravamo sopra un letto grande e lussuoso con lenzuola di seta e grossi cuscini blu notte, grigio antracite e viola intenso. Non sapevo come ma conoscevo quel posto, e avrei scommesso la vita che fuori c'era un campo di papaveri dai petali neri e dei boccioli rosso sangue un cui dentro brillava luminoso il polline giallo. Alberi di mele rosse, pini, aceri e querce giovani circondavano la tenda, proteggendola.
I primi raggi di luce stavano rischiarando timidamente il cielo, ancora scuro nell'orizzonte opposto e costellato da stelle luminose.
Eravamo coperti da un lenzuolo troppo trasparente, quasi un velo. Il suo odore mi pervadeva e mi accendeva i sensi.
Abbassai gli occhi e sentii le gote riscaldarsi tragicamente. Ero completamente nuda! Ed ero anche sopra a Sulfus!
Nudo anche lui. Solo il velo ci copriva al mondo esterno.
Aaaah…!
Chiusi gli occhi e smisi di respirare, il calore che avevo avvertito prima ora era aumentato a dismisura. Mi sentivo bruciare in tutto il corpo, mi sembrava che perfino la mia anima bruciasse.
« Elena… » un sussurro debole e roco…
 Apparteneva a una voce tremendamente sensuale… una voce capace di sedurre una ragazza con una sola parola.
Aprii gli occhi, sollevando le palpebre lentamente.
Sulfus mi stava guardando con dolcezza e una nota di preoccupazione.
Ma chi era Elena?
« Che cos'hai, amore? » mi chiese.
Un brivido di tenerezza e compiacimento mi pervase a sentirmi chiamare così.
« Sono ferita, Paride… » sussurrai.
« Fra poco… ci divideranno… ci costringeranno a vivere separati per sempre. Vivremo decine e decine di vite, senza mai incontrarci, senza mai poterci amare in pace. » mormorai agonizzante, le lacrime agli occhi.
« Non potrò più vedere mia sorella Aislinn, che già ha sofferto molto visto che suo padre l'ha costretta a rimanere nascosta agli occhi del mondo, assieme a tuo fratello. Sono due emarginati e nessuno sa della loro esistenza…! » singhiozzai amaramente, le lacrime mi solcava le guance con violenza, gli occhi bruciavano e il cuore gridava di aver pietà.
« Non voglio che subiscano anche questo! »
« Ssh… » mormorò lui stringendomi più forte tra le braccia.
« Non piangere, lo sai che mi fai male… »
Annuii sul suo petto nudo, così bello da far invidia a Poseidone e Zeus messi assieme.
Lui era il mio Dio, la mia ragione di vita! Non lo avrei rinnegato per nulla al mondo.
« Voglio chiedere a mio padre di ammorbidire la nostra punizione… » dichiarò lui.
« Voglio che almeno Aislinn stia con te durante tutte queste vite, voglio che almeno tua sorella ti stia accanto. »
Io lo guardai con gli occhi ancora lucidi di pianto.
Suo padre, quello vero, non aveva buoni rapporti con il mio, dopo avergli  strappato la moglie sarebbe stato naturale rifiutare qualsiasi tipo di collaborazione.
Ma era anche vero che suo padre era uno dei tre pezzi grossi sull'olimpo… forse avrebbe avuto qualche possibilità.
Annuii e alla fine presi una decisione.
Volevo che nemmeno lui rimanesse da solo in questa prova… o meglio… punizione che ci avevano inflitto.
Gli accarezzai dolcemente i capelli, così morbidi e ondulati di un nero intenso, corvino… mi venne di nuovo da piangere quando realizzai che non avrei mai più potuto toccarlo. Che non avrei mai più potuto baciare quelle labbra di corallo, quella carnagione perlacea, che non avrei mai più potuto prendermi in quegli occhi intensi che erano di un blu oltremare spettacolare nella sua vera natura. Ma la sua vera natura non affiorava mai in superficie e quelle poche volte era solo quando era da solo con me e quando lui si lasciava andare.
Momenti rari che non avrei mai dimenticato.
« Parlerò anch'io con mio padre. » dissi con tono deciso e solenne.
« Voglio che anche tuo fratello Enea ti stia vicino in questa prova. »
Lui scosse la testa e mi guardò implorante.
« No Elena… non voglio che ti metta in mezzo… »
« Ormai ho deciso Paride, questa situazione riguarda anche me. » lo interruppi tirandomi su, facendo leva con le braccia mi misi in ginocchio e lo guardai dall'alto.
Non mi importava se ero nuda. Sentivo che con lui avrei potuto permettermi questa confidenza e molto… molto altro.
Lui girò il busto verso di me e si appoggiò con un braccio, per tenere su il torace.
« Non riuscirò a farti cambiare idea, vero? » mi chiese dolcemente.
Scossi la testa e i capelli mi ricaddero sui seni, coprendoli. Ormai il cielo era sulle tonalità del rosa e arancione. Il sole sorgeva e i miei capelli presero le sfumature del cielo. Ovviamente questo era un debito che avevo con mio padre. Assieme alla testardaggine e all'autorità, ovviamente.
Lui sospirò e si tirò su, mettendosi a sedere.
Io lo guardai con decisione e lui fece un sorriso amaro.
« Ne riparliamo con calma dopo, quando ci avrai riflettuto per un po'. » mi disse avvolgendo le mani sui miei fianchi, avvicinandomi impercettibilmente a lui.
Sbuffai imbronciata e puntellai le mani sul suo petto, cercando di spingerlo via, ma era come spostare un muro di pietra.
« E questo cosa significa? » domandai un po' offesa.
Lui rise sommessamente scuotendo la testa bonariamente.
« Ah, Elena… » sospirò lui « … significa che sei pazza! »
« Ah! Io sono pazza? » ribattei accigliandomi giocosamente.
Mi sorrise con una tenerezza disarmante e un'ondata di amore rischiò di fermarmi il cuore.
« E io devo essere pazzo a sopportarlo… » sussurrò accarezzandomi le spalle, spostando le ciocche che nascondevano i seni. Il suo tocco era più leggero delle ali di una farfalla e più morbido dei petali di una rosa.
Appoggiò la guancia bollente sul mio petto, appena sulla sommità dei seni.
« Beh, cosa credevi che avrei fatto? » gli sussurrai circondandogli le spalle con le braccia e affondando le dita nei suoi ricci morbidi.
Scosse la testa, strusciando dolcemente la testa contro il seno e inspirò profondamente.
« In realtà sapevo che avresti detto una cosa del genere. Ti conosco benissimo ormai. »
Sospirai e appoggiai la testa sui suoi capelli corvini , lui mi attirò ancora di più a se, facendo aderire ancora di più i nostri corpi l'uno contro l'altro, gli cinsi la schiena con le ginocchia, aggrappandomi ancora di più a lui.
Lo volevo vicino, lo volevo sentire dentro di me. Nell'anima, nel cuore, nella mia essenza.
Volevo ricordare il suo profumo di menta e pino selvatici, volevo perdermi nell'ambra brillante dei suoi occhi, ma volevo anche vedere il vero colore dei suoi occhi… quegli occhi così simili a quelli del padre… ma in qualche modo più profondi.
« Voglio vederti… » mormorai implorante.
Lui alzò la testa ma io non spostai le mani, tenendolo stretto a me.
« Elena… » protestò con voce tremante.
« Ti prego… questa è l'ultima volta che ti vedo! » pregai.
Lui sospirò e chiudendo gli occhi accostò la fronte alla mia.
« Lo farò solo se tu mi prometti di non interferire… »
« Ma… ! »
« Prometti. » mi interruppe, dolce ma deciso.
Mi lasciai scappare un sospiro tremante, e distolsi lo sguardo.
Per nulla al mondo avrei rinunciato… ma…
« Va bene. Te lo prometto. » mentii.
Sperai che non si accorgesse della bugia, ma lui annuì soddisfatto e chiuse di nuovo gli occhi.
Il simbolo che aveva sulla fronte, una m con le punte rivolte verso l'alto, si illuminò di una luce bianca, venata di sfumature bluastre.
Era così intensa che mi costrinse a chiudere gli occhi.
E quando gli riaprii… respirare divenne più impegnativo di quanto immaginassi.
Le iridi ora erano blu, un blu intenso, oltremare, sfumate con sfumature di azzurri e blu più chiari, celeste, indaco ma anche blu di Prussia e qualche sfumatura di un brillante verde scuro e acquamarina.
« Bellissimi… » mi lasciai sfuggire, accarezzandogli una guancia, morbida e bianca come la neve.
« Reietti… » mi corresse abbassando lo sguardo. Le folte ciglia nere nascosero quegli occhi del colore del mare.
Io scossi la testa, indignata.
« Bellissimi… » ripetei guardandolo quasi con severità.
« Elena… ti prego… »
« No, devi accettarlo, devi accettare le tue origini. » replicai duramente.
Lui sospirò ma non alzò lo sguardo.
Perché… ? Perché faceva così?
Suo padre l'aveva traumatizzato a tal punto? Lo odiava così tanto?
Va bene che era stato una nascita indesiderata e ormai Zeus lo voleva morto, ne ero certa ma… non poteva far finta di niente.
Sarebbe stato troppo facile così…
Sulfus, o meglio… Paride fece scorrere dolcemente le labbra lungo il petto fino a raggiungere l'incavo del collo. Mi irrigidii immediatamente.
Quelle labbra carnose mi esploravano il petto e i seni in una carezza morbida e sensuale fino a ritornare di nuovo all'incavo del collo.
Oddio… sapevo cosa voleva fare.
Un debole gemito di protesta e piacere mi sfuggì dalle labbra.
« Lo sai che riesci sempre a trovare il mio punto debole? » mi sussurrò, la voce attutita dal contatto con la mia pelle. Mi sentivo morire…
« Paride… » sussurrai.
Lui per risposta mi assaggiò, una leggera carezza con le labbra, un colpetto con la lingua. Troppo breve per soddisfarmi ma abbastanza lungo da farmi eccitare. Gemetti e reclinai la testa all'indietro, esponendo il collo. Lui rise sulla mia pelle.
« Lo sai dove voglio arrivare, non fare così… » mi sussurrò lui.
« E tu non cambiare discorso… » protestai, il respiro spezzato.
« Non lo sto cambiando. Il discorso è sempre lo stesso, lo sai… » disse amareggiato.
Gemetti e alzai gli occhi al cielo senza farmi vedere e raddrizzandomi gli dissi: « Beh, se la pensi così, è solo e soltanto colpa tua… »
Lui fece una smorfia e, prendendomi per la vita, mi spinse sul letto, sovrastandomi.
« No, è colpa tua… »
Sbuffai.
« Spiegami come potrebbe mai essere colpa mia. »
Perché, sinceramente, io proprio non lo capivo.
« Come? » disse alzando un sopracciglio.
Oh, oh… guai in vista.
Teneva gli avambracci di fianco alla mia vita e non mi potevo alzare perché sarebbe stato come spostare un muro di acciaio e non un petto normale.
Per gli Dei…“normale” non era un'aggettivo contemplato nel suo vocabolario in realtà pensai fissandolo.
Riprese da dove si era interrotto, le sue labbra ricominciarono a tormentare la pelle del mio petto, delle spalle, fino all'incavo del collo.
Mi inarcai sotto di lui, spingendo i seni contro il suo petto.
« Penso che tu sappia benissimo “ come ” » sussurrò.
Le sue labbra salirono, sulla giugulare appena sotto il mento.
« Ti prego non mi toccare… lì » quasi supplicai.
Rise… e di gusto anche.
« Tu sei mia Angelo… completamente. »
Chiusi gli occhi, gemendo contrariata ma eccitata fino alla morte.
Lui fece scivolare le labbra sul lato del collo, scandalosamente vicino alla zona sensibile.
Gemetti forte e lui dovette baciarmi per evitare di farmi urlare, ma non rinunciò al contatto col mio collo, massaggiandolo con le mani sempre evitando accuratamente la zona sensibile dietro al collo, vicino alla spina dorsale ma la massima sensibilità era dove c'era la voglia…
«Ssh… » sussurrò con un sorriso compiaciuto.
« Sai cosa penso? » mormorai, il respiro affannato e il sangue che mi pulsava con furia nelle vene.
Lui mi baciò di nuovo, sulla giugulare questa volta.
« Cosa? »
« Penso che tu sappia fin troppo bene quale sia il mio punto debole. »
Sorrise, avvicinandosi al cerchio sensibile attorno alla voglia.
Il respiro ormai completamente fuori dalla mia portata, la vena delle tempie mi pulsava così forte che non riuscivo neanche più a pensare.
Lui mi schiaccio ancora di più sotto di se, stringendomi la vita con possesso. Ero completamente nelle sue mani a quel punto.
« Sì, lo penso anch'io… » mi sussurrò all'orecchio.
Sentii il suo respiro sulla voglia, sospirai e chiusi gli occhi.
Lui schiuse la bocca e mi leccò il contorno del cerchio, nella zona x.
Il cinto mi mandò un’ondata di eccitazione che mi scosse l’intero apparato riproduttivo.
Gridai quando lui iniziò a succhiarmi la voglia, con possesso ma dolcemente, senza essere troppo brutale. I miei fianchi si mossero da soli, inarcandosi verso di lui, lo volevo sentire dentro di me.
Ora.


Sulfus

Raf si era addormenta da mezz'ora ormai, ho cercato di sdraiarmi e fare lo stesso, ma proprio non riuscivo ad addormentarmi.
Mi accigliai e guardai fuori dalla finestra infilando le mani nelle tasche della tuta.
Perché era venuta qui? E perché non me lo voleva dire?
Mi irritava doverci restare a rimuginare, togliendomi le ore di sonno.
Mi stiracchiai, in questa stanza iniziava a fare un caldo infernale!
Mi sfilai la canottiera, tanto Raf stava dormendo beatamente nel letto e non le avrei creato alcun disturbo.
La guardai turbato ma appena il mio sguardo si posò sul suo viso mi rilassai subito.
Perché non riuscivo ad arrabbiarmi per più di due secondi con lei?
Entrai in bagno e, non avendo nient'altro da fare, accesi l'acqua della doccia.
L'acqua gelata iniziò a scorrere obbediente, perfetto.
Mi tolsi anche i pantaloni e entrai in doccia.
L'acqua ghiacciata mi diede una tregua da tutto il calore che sentivo dentro e che permaneva nella stanza.
Cercai di non pensare assolutamente a niente, per poter rilassare anche la mente. Ma chiedevo troppo perché la mia mente continuò a rimuginare su quello che era appena successo.
Tenni gli occhi chiusi tutto il tempo ma poi, dopo almeno 20 minuti che ero sotto la doccia, qualcosa nell'aria cambiò.
Un profumo aleggiò nell'aria. Spensi l'acqua e uscii dalla doccia.
Eh sì… qualcosa era decisamente cambiato.
Qualcuno nei paraggi o nella camera accanto stava facendo sesso. Ne sentivo l'odore.
Quel potere era un dono della sua specie, qualunque creatura demoniaca specialmente se creata dalla lussuria e dalla superbia avrebbe sentito la stessa cosa.
Ma mentre mi rimettevo i pantaloni l'odore dell'eccitazione si fece più intensa facendomi irrigidire sia il corpo che l'uccello.
C'era sempre qualcuno che faceva sesso a quell'ora ma di solito quasi tutti si allontanavo in un luogo più appartato, per non far sentire l'odore agli altri e così attirare l'attenzione delle creature superbe e lussuriose, come me Kabalè e Kabiria.
Un po' dubbioso uscii dalla stanza.
Raf giaceva sul letto, le mani chiuse a pugno e il petto scosso dagli ansiti.
Il mio respiro si bloccò quando la sentii gridare, muovendo i fianchi come se volesse accogliere qualcuno dentro di sé.
Cazzo.
Strinsi lo stipite della porta di legno con forza, cercando di resistere al richiamo della sua essenza.
Lei agitò la testa avanti e indietro.
Non riuscii a impedirmi di immaginarmi sopra di lei, a fare il suo stesso movimento mentre la penetravo. Con forza sarei entrando dentro di lei, facendola mia e l'avrei scopata così forte che lei sarebbe venuta nel giro di trenta secondi, chiedendomi di farle ancora più male.
Cazzo, mi viene subito duro, i testicoli si ingrossano e la testa cominciò a girare.
Raf continuava a dimenarsi, i pantaloncini si erano abbassati pericolosamente sui fianchi, riuscivo a vedere il bordo delle mutande ma non avevo bisogno ti toccarle per sapere che erano bagnate fradice. Emanava un potere letale e seduttivo impressionante, degno della peggiore creatura dominata dalla lussuria e dalla libidine.
Staccai la mano dal legno della porta e mi avvicinai cauto.
Le lenzuola erano tutte attorcigliate e il cuscino era caduto per terra.
« Ti prego… » implorò lei « …ti prego toccami! »
Mi scappò un verso a metà tra un gemito e un ringhio. Gli strinsi i fianchi, per farla stare ferma ma calcolai male le distanze… perché da lì il suo odore era ancora più forte.
Lei gemette e strinse le lenzuola tra le mani. Il mio cervello a quel punto si spense completamente.
Feci risalire la mano lungo la sua coscia e appoggiai un dito lì, proprio dove lei voleva che arrivasse e scoprii che avevo perfettamente ragione. Era bagnata fradicia.
Le gridò e inarcò i fianchi verso la mia mano ma io non spostai il dito di un solo millimetro. L'ostacolo della stoffa dei pantaloncini mi dava fastidio così infilai il dito e le massaggiai con calma la vulva.
Lei gemette, un gemito rovente, e spinse ancora i fianchi verso di me. A quel punto non resistetti più e le infilai un dito dentro facendola gridare di piacere. Ansimava e si contorceva muovendo i fianchi a ritmo con i movimenti del mio dito.
Dentro, fuori, dentro, fuori…
A lei piace, la sento fradicia mentre le massaggio il clitoride con frenesia.
Non ci volle molto e la sentii calda e più tesa. E venne gridando, un'espressione di sollievo e piacere si impressero sul suo viso. Respirava ancora a fatica ma ora che era stata appagata si era lasciata andare.
Ma io no…
Lo sentivo ancora pulsare, mi tirava come un'ossesso nel desiderio di penetrarla selvaggiamente, sbatterla sul letto e farla mia.
Cazzo mi sa che dovrò masturbarmi.
Fanculo Sulfus, quando mai hai avuto il bisogno di masturbarti per liberarti le palle, eh?
In realtà l'unica cosa che mi frenava dal farla mia era il Veto, perché vedendo quelle ali bianche immense che si stavano dimenando assieme a lei era il mio  principale post it per ricordarmi che lei non era come me, ne tanto meno dei nostri.
Raf ansimava ma aveva gli occhi aperti e mi stava fissando, fissava la mia mano infilata ancora nei suoi pantaloncini il mio dito era ancora dentro di lei e la accarezzava. Ma a lei non sembrava dispiacere, anzi, chiudeva gli occhi e reclinava indietro la testa, come per percepire meglio quella sensazione.
Ma era imbarazzata, le sue guance arrossate la tradivano.
E in più evitava il mio sguardo.
Più che comprensibile.
Considerata la situazione… mi veniva da ridere.


Raf 

Oddio non ci posso credere!
Cavolo che imbarazzo…
Sentivo il suo dito che ancora mi accarezzava appena vicino al clitoride. Non abbastanza da eccitarmi ancora ma abbastanza da provare leggere scosse di piacere in tutto il basso ventre.
Reclinai la testa all'indietro per godermi, nonostante tutto, quella strana sensazione di pienezza.
Il mio cervello era ancora annebbiato dall'orgasmo, il mio primo orgasmo in tutta la mia esistenza, per registrare completamente la situazione.
« Sulfus! Sei qui ? » sentii un vocione da dietro la porta.
Oh mio Dio! Se mi trovava qui…
Ma che cavolo chi se ne frega se mi vede qui la cosa più sconvolgente era che Sulfus ha ancora un dito dentro di me! Come potevamo spiegarlo questo senza che gli altri traggano conclusioni sbagliate?
« Sì, sono qui. » rispose calmo Sulfus ma vidi che una smorfia infastidita s'impresse sul suo viso.
« Sulfus… » sussurrai, gli occhi sgranati e ancora lucidi.
« Tranquilla, tu non fiatare lascia fare a me. » mi sussurrò ma non tolse il dito e continuò ad accarezzarmi, questa volta andando un po' più in profondità. Mi morsi il labbro per trattenere un gemito.
« Wow, qui si che ci deve essere un gran bel pezzo di femmina. » disse un ragazzo piuttosto… ehm robusto entrando nella stanza, aveva le braccia che sembravano due tronchi messi assieme, era fin troppo muscoloso. Un gigante ma non per questo brutto, anzi, aveva delle belle labbra carnose e gli occhi di un verde brillante. I capelli erano corti e leggermente rasati sui lati, di un'arancione così acceso che mi sconvolse.
« Aaah, vedo che hai una bellissima compagnia. » ghignò vedendoci.
Lo guardai stupita.
Ma come? Non vede che sono una Angel? chiesi a Sulfus usando il pensiero.
Lui mi lanciò un'occhiata e poi riportò l'attenzione al gigante.
No, adesso vede un ragazza con i capelli neri e gli occhi rossi. Una Devil. È uno dei miei poteri, tranquilla.
Mi rilassai. Il cervello era troppo annebbiato, mi sentivo intontita e debole, non connettevo completamente.
« Sei in vena di condivisione Sulfus? » disse squadrandomi.
Un'espressione irata s'impresse sul suo volto.
« No, Gas. » disse con voce calma, in netto contrasto con la sua espressione.
Gas alzò le mani con aria innocente.
« Ehi bello, calma… » riportò l'attenzione su di me e chiese: « Come ti chiami, amore? »
Feci per rispondere ma Sulfus mi precedette.
« Si chiama Fire e non le interessano i giganti come te. » fece scivolare il dito fuori di me, facendomi sussultare.
« Adesso la riaccompagno in camera sua. Andiamo Fire. »
Annuii e scesi dal letto e senza farmi vedere strusciai le cosce l'una contro l'altra e mi sforza di stare dritta.
« Ci vediamo, amore. » mi gridò Gas prima che chiudessi la porta dietro di me.
Gli sorrisi e poi mi incamminai dietro a Sulfus, tenendolo per un lembo della maglietta. Il silenzio si era fatto di piombo.
« Cavolo se fosse entrato qualche minuto prima… » sussurrai, le guance in fiamme.
Lui si girò e mi sorrise.
« Non avrei smesso neanche se ci fosse stato lui. » sussurrò mettendosi in bocca il dito… “ quel ” dito, ancora bagnato della mia eccitazione.
Arrossii ancora di più, sentendomi contrarre tutta a quella vista.
Sarà… ma se fosse entrato qualche minuto prima sarei morta di vergogna e saremmo stati in una marea di guai.
Sia io che lui…

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