BETWEEN FANTASY AND REALITY
Lei mi fissò sfidandomi con quei sbalorditivi occhioni blu-argentati poi abbassò lo sguardo e lanciò un’occhiata di sbieco di fianco a sé.
Continuavo a tenerle i polsi premuti delicatamente contro la parete ma a lei non sembrava dispiacere.
La sua pelle era morbida come la seta ed era leggermente abbronzata. Mi faceva venire voglia di avvicinarmi ancora di più.
Lei si irrigidì di colpo, stupefatta. Seguii il suo sguardo e vidi una grande porta (l’unica in quel piccolissimo corridoio) che non aveva ne maniglie ne sensori. Era blu con tantissime filigrane dorate molto simili a simboli.
La liberai piano dalla mia presa e lei si avvicinò al portone.
« Questi simboli... si riferiscono ai terreni. » sussurrò sfiorando la porta con i polpastrelli.
« Qui ci deve essere qualcosa di molto importante che gli riguarda… » sentenziò studiando le filigrane massicce e dorate.
Rimanemmo a riflettere per un po’ e alla fine disse:
« Ci sono! La stanza dei ritratti ! » esclamò lei tutta eccitata.
Le guance arrossate le illuminavano il viso e i capelli biondo grano si erano ribellati alla prigionia cui prima gli costringevano le piccole trecce raccolte a mo’ di chignon sopra la testa. Ora molte trecce si erano sciolte lasciando i capelli ondulati a ricaderle sulla schiena e tutte le altre che erano sopravvissute erano ricadute a ornarle le piccole onde morbide. Mi veniva voglia di allungare una mano e accarezzarle i capelli, sciogliere le trecce che le erano rimaste passandole le dita fra i capelli per poi attirarla a me e...
Ehi ehi time out... da dove diavolo arriva questo?!?
« Qui dentro sono custoditi tutti gli spiriti dei terreni… » disse distraendomi dai miei pensieri.
« Forse è meglio se ce ne andiamo, non vorrei mai che stessimo... » dissi per poi gridare di dolore.
« Cosa... ? » iniziò lei ma si interruppe gridando di dolore.
Mi sentivo formicolare dappertutto e mi guardai attorno spaesato.
« Tutto a posto Raf?» chiesi.
Lei intrecciò le dita fra le mie lasciandole sospese all'altezza delle spalle.
« Sì, adesso sì… » disse dopo qualche minuto.
« … qualcosa mi ha morsa. » aggiunse poi debolmente.
Mi sembrava un cucciolo bastonato. C'era qualcosa di diverso nella sfumatura della sua voce. Era più… morbida. Più dolce penso. Ma non ne ero sicuro.
« Ascolta… penso sia meglio non raccontare niente a nessuno. D'accordo ? ».
Lei sbatté un paio di volte le palpebre e poi annuì con l'espressione più dolce del mondo.
Mi veniva voglia di abbracciarla e stringerla forte al petto.
Ma PeRcHè ?
Lei socchiuse leggermente gli occhi e allungò lentamente una mano accarezzandomi dolcemente la fronte con il dorso delle dita, scostandomi una ciocca di capelli dalla fronte.
« Perché mi fai arrabbiare? » mi chiese dolcemente.
Io la presi per i fianchi e la spinsi contro la porta, lei reclinò la testa all'indietro appoggiandola su una delle filigrane rialzate.
« Perché adoro vederti così. Perché so che solo io riesco a farti questo effetto. Perché dovrebbe essere il nostro lavoro naturale… ti basta? » le risposi avvicinando il viso al suo.
Mi sentivo attratto… come se ci fosse una calamita che mi spingeva verso di lei.
Beh… di ragioni poi ce n'erano tante per farla incazzare.
E sopratutto una mi stuzzicava in particolare.
Non lo avrei MAI ammesso, nemmeno sotto tortura ma lei in quei momenti era bellissima, assolutamente splendida…
Le guance le diventavano rosse e i suoi occhi si accendevano in un fuoco che vedevo crepitare dentro di lei e che chiedeva di essere assecondato.
« Sì può darsi… » sussurrò lei. Gli occhi socchiusi, le labbra anche.
Chiusi gli occhi per cercare di mantenere quel po' di autocontrollo che avevo. Appoggiai la fronte alla sua e inspirai profondamente.
Il suo profumo mi invase. Così leggero e forte al tempo stesso, dolce e fresco.
Erano rose e vaniglia. Ma non quella vaniglia troppo dolce che ti fa venire la nausea appena ti avvicini… no…
Il suo era leggero e stuzzicante.
Cazzo quanto avrei voluto prenderla, farla mia.
Le avrei supplicato di farmi male, di fottermi e morderle quel labbro fino a che non mi avrebbe pregato di darle piacere.
A un certo punto sentii la stanza vorticare e una luce viola, rossa e blu tremolò dietro le mie palpebre. Aprii gli occhi e vidi che il paesaggio intorno a noi era completamente cambiato.
Eravamo in una vasta prateria, il vento leggero smuoveva i fili d'erba sui toni del verde e del giallo. Sopra al margine di un precipizio che, dal rumore, si affacciava sul mare.
E lì vicino c'erano quattro pali di legno scuro con appeso un velo semi trasparente perlaceo che fungeva da parasole.
Sotto a quella specie di capanna c'era un letto con i sostenitori di legno scuro, il materasso nero e le coperte di un'arcobaleno di colori tra il blu e il viola.
Noi ci eravamo distesi sopra, lei era senza pantaloni e io ero senza la maglia.
La tenevo sulle mie gambe, le braccia intorno alla sua vita, le labbra su di lei. Sulle sue labbra.
Lei mi stringeva le braccia al collo, le dita affondate nei miei capelli. I capelli le coprivano il viso ma riuscivo a intravedere le sue guance, rigate da lacrime luccicanti.
Le labbra si leccavano e si mordevano in un delirio che nessuno dei due riconosceva.
Non avevo mai provato nulla di simile con nessuna prima di lei.
Ma c'era qualcosa che non andava…
Sembrava che il mio corpo fosse insensibile, sentivo il calore del suo corpo contro il mio petto e il vento fresco sulla schiena.
Ma non avvertivo il suo tocco, non sentivo le sue labbra che si muovevano sulle mie, le sue mani che mi scompigliavano e tiravano leggermente i capelli. Non riuscivo a sentirla.
Lei si staccò un'attimo, il respiro affannato, gli occhi lucidi. Mi guardò con uno sguardo confuso, così intenso che mi fece morire.
Ma volevo sentirla, sentire la sua pelle, il suo profumo…
Con un gemito disperato mi chinai sui di lei baciandola dolcemente, per cercare di acuire i miei sensi ma non c'era niente da fare. La vidi fremere e rispondere al bacio, sollevò il mento e mi catturò le labbra. Intrecciandomi le mani dietro il collo, si avvinghiò al mio corpo e schiuse la bocca. Ma non sentii il suo sapore, non sentii la dolcezza del suo respiro… solo calore, calore infinito.
Lei sembrò avvertire le mie stesse sensazioni perché gemette frustrata, gli occhi imploranti. Le mie mani stringevano un lembo delle lenzuola, per evitare di stringerle le natiche e avvicinarla ancora di più a me. Ero dolorosamente consapevole che indossava solo delle mutandine di pizzo nero e una maglietta che per giunta le era salita fino a scoprirle il ventre.
Fu un'attimo, un cambiamento della luce, uno sbuffo d'aria e mi girai verso il precipizio.
Rimasi senza fiato.
Il sole era in piena eclissi. La luna lo stava coprendo mandando dei bagliori violacei.
Era bellissimo… assolutamente meraviglioso.
Mi girai verso di lei, i capelli avevano preso le sfumature del cielo, le piume delle ali sfumavano dal blu alla radice e al rosso sulle punte.
Le labbra erano rosse per i miei morsi, lucide per i baci. Le guance arrossate e le pupille dilatate.
« Sei bellissima… » le sussurrai.
Lei si girò a guardarmi, i capelli le incorniciavano dolcemente il viso, le gote si arrossarono e abbassò le ciglia in imbarazzo.
Aprì la bocca per dire qualcosa ma un grido ci interruppe.
« RAF!!!! SULFUS!!! »
Il paesaggio si dissolse pian piano.
Avevo il respiro affannato, come se fossi rimasto in apnea fino a adesso.
Stavo ancora stringendo Raf al muro che mi guardava con occhi allucinati.
Il fiato grosso.
« Sei… sei… stato tu a… ? » balbettò.
« RAF!!! SULFUS!!! DOVE SIETE?!?! » sentii chiamarci.
Le lanciai un'occhiata e mi staccai da lei come se mi fossi scottato.
Sentimmo dei passi nel corridoio sopra di noi.
« Ascolta Raf secondo me non dovremo dire niente a nessuno, d'accordo? » le chiesi.
Lei ci pensò su per un po' ma alla fine annuì.
Se qualcuno ci avesse visto, beh… non sapevo cosa avremmo fatto…
Ma di sicuro non l'avrebbero presa bene.
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